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Fra qualche settimana esce la riedizione di The Legend Of Zelda: Skyward Sword, parliamone

The Legend of Zelda: Skyward Sword HD per Nintendo Switch, del tutto imprevista remaster del gioco del 2011 per Nintendo Wii, è finalmente in dirittura d’arrivo. Il gioco sarà disponibile a partire dal 16 luglio, portando delle nostre case uno dei titoli più bistrattati e sottovalutati nella storia del brand a causa della sua bassa difficoltà.

Tuttavia, questo trattamento da gioco “di serie b” sembra quantomeno anomalo: sia per le sue caratteristiche di gameplay, sia per gli importanti contributi a livello di lore, Skyward Sword ha rappresentato un tassello interessante e “di perso” nell’economia della saga. Ma basta questo a fare di questa remaster una mossa saggia?

Il contesto: una saga al massimo del trionfo

Parlare di “momento d’oro” per una saga prestigiosa come Zelda appare paradossale, vista l’importanza che ha rivestito lungo gli ultimi trent’anni e le sue tante incarnazioni. In fondo, celebrarla solo prendendo in esame gli ultimi significativi anni è triste. Tuttavia, il recupero di un qualche episodio dimenticato di Zelda in questo periodo potrebbe essere una mossa estremamente strategica.

Breath of the Wild del 2017 ha lasciato un solco importantissimo non solo nella storia del brand, ma in quella del videogioco, grazie anche a un ottimo contributo all’evoluzione dell’open-world.

Non a caso, l’attesa di Breath of the Wild 2 è febbrile e la nuova anteprima all’E3 2021 è stata accolta con la massima attenzione dai giocatori pur avendo mostrato solo pochi frame.

A questo punto, appare chiaro che spremere la mucca riproponendo potrebbe essere l’ideale, ma perché puntare proprio su un gioco “dimenticato” come Skyward Sword?

Breath of the Wild e Skyward Sword: uno spirito simile

Skyward Sword è un gioco lineare e dalla struttura lontanissima da quella di Breath of the Wild.

Eppure, anche soltanto guardando uno dei trailer diffusi in questo periodo di attesa, emerge la capacità del gioco del 2011 di cibare e dare linfa alla voglia del giocatore medio di BotW di esplorare mondi fantastici che non sfigurano se confrontati con quelli del gioco del 2017.

Non in pochi sostengono infatti che Skyward Sword abbia dato agli sviluppatori di BotW basi importanti per il concept e il gameplay.

Se pensiamo a quanto il processo produttivo di Breath of the Wild 2 sia lungo e impegnativo, dovendo migliorare uno dei giochi più amati dell’ultima generazione, viene da dare ragione a più di un commentatore che ha notato che Skyward Sword HD potrebbe essere stato utilizzato come sorta di “antipasto”, atto a coccolare i fan di un certo modello di gioco prima del lancio dell’atteso sequel.

La lore: un tassello necessario

Poche cose funzionano meglio, nel rapporto con un fandom, del raccontare l’origin story di un eroe, in particolare quando il brand in questione è sulla cresta dell’onda.

Skyward Sword si svolge molto tempo prima degli episodi della serie più conosciuti, su un’isola volante chiamata Skyloft sulla quale il popolo di Link si è rifugiato dopo la guerra contro il Re Demone Mortipher.

In questo quadro, Link altro non è che un giovane guerriero in addestramento, coinvolto suo malgrado in una storia più grande di lui, che lo vedrà dover correre a salvare la principessa Zelda (per la prima volta, cronologicamente) e a combattere contro un Mortipher pronto a tornare e a portare distruzione.

Si tratta di un punto centrale di una lore profonda ma terribilmente caotica, in cui si intrecciano varie storyline alternative e che di fatto solo in Skyward Sword trova una certa quadra, con l’introduzione di elementi chiave e ricorrenti: la Skyward Sword, la Triforza e, ovviamente, i primi rapporti fra Link e Zelda.

La scelta di Nintendo sembra quindi quella di serrare le fila dei fan fra due uscite di peso come i Breath of the Wild attraverso un prodotto che quasi galvanizzi i giocatori e li prepari per l’atteso sequel.

Qual è il pubblico di Skyward Sword?

Sulla carta è un’idea che può aver successo, soprattutto fra gli affezionati, pronti a mettere le mani su prodotti che approfondiscano il proprio universo preferito.

D’altro canto, se teoricamente tutto sembra al suo posto, pagare 60 euro un gioco uscito la bellezza di dieci anni fa, rivisto solo attraverso un restyling tecnico, potrebbe sembrare un eccessivo, soprattutto se il pubblico è fatto di affezionati già in possesso del gioco.

Se pensiamo al fatto che il pubblico di Zelda è costituito per buona parte da ultra trentenni, giocatori cresciuti con Link, capite che la possibilità di un rischio è più possibile che mai.

Quanto alle nuove generazioni, fomentate da BotW, la scommessa sarà capire se riusciranno ad andare oltre una confezione tecnica ripulita ma comunque vecchia.

Basterà l’amore per la serie a coinvolgere i giocatori più giovani?

Lo scopriremo solo fra qualche settimana.

This post was published on 29 Giugno 2021 13:14

Fabio Antinucci

30 anni (anagraficamente, in realtà molti di più) ha alle spalle esperienze come copywriter, redattore multimediale e critico cinematografico, letterario e fumettistico, laureato con una tesi triennale su Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e una magistrale su From Hell di Alan Moore. Appassionato di letteratura horror e fantastica, divoratore di film di genere di pessima lega (ma ha nel cuore pezzi da novanta come Kubrick, Mann e Kurosawa), passa le sue giornate fra romanzi di Stephen King, graphic novel d’autore e fascicoletti di Batman. Scrive (male) da una vita, e ha pubblicato un romanzo breve (Cacciatori di morte) e due librigame (quelli della saga di Child Wood). Crede che il gioco sia una forma di creazione e libertà, capace di farti staccare la spina e al contempo di far riflettere, ragionare, commuoverti e socializzare. Per questo gioca di ruolo da dieci anni (in particolare a Sine Requie, D&D, Vampiri la Masquerade e Brass Age) per questo adora perdersi di fronte alla sua Play. È innamorato del videogioco grazie a Hideo Kojima e al primo Metal Gear Solid, al quale ha giurato amore eterno, ma col tempo ha imparato ad amare gli open-world, gli action-adventure, gli rpg all’occidentale, i punta e clicca, a una condizione: che raccontino una bella storia.

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